Bioetiche

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Bioetica dei princìpi

La bioetica dei principi nasce per rispondere ad una esigenza particolare, ovvero quella di far fronte al progresso biomedico, il quale è giunto a creare delle situazioni tanto complesse da non riuscire ad essere sempre coperte dal ricorso ai codici dei doveri e dei diritti, dal momento che un'argomentazione bioetica al livello dei diritti e dei doveri non riesce sempre ad evitare che questi entrino in contraddizione, da qui la frequente impossibilità di una loro reale applicazione.

Di conseguenza si avverte la necessità di adottare principi etici più generali da utilizzare come base per conciliare ed applicare le diverse norme particolari espresse dal linguaggio della morale dei diritti e dei doveri.

Si assiste così, a partire dagli anni Settanta, ad un passaggio dal linguaggio dei diritti, più tradizionale e maggiormente legato al contesto culturale occidentale, a quello dei principi; in realtà è la stessa nascita della bioetica che si può interpretare come coincidente con questo passaggio.

Il paradigma dell'etica applicata diviene quello dell'individuazione di alcuni principi generali che possano fornire un linguaggio comune, un possibile punto d'incontro tra le diverse prospettive etiche e filosofiche, per la risoluzione dei dilemmi che i casi concreti sollevano. La più significativa "bioetica dei principi" è stata elaborata da: T. Beauchamp e J. Childress, nel loro: Principles of biomadical ethics, del 1979.
Nei Principles of biomadical ethics il nucleo dei principi dell'etica biomedica risulta così composto: principio di autonomia, principio di beneficenza, principio di non maleficenza, principio di giustizia.

  • Principio di autonomia: tale principio è fondato sull'idea che le azioni umane non dovrebbero essere sottoposte a nessun vincolo o controllo altrui, ciò corrisponde, in senso negativo, ad un diritto di non interferenza (privacy, riservatezza) ed al riconoscimento del ruolo dell'autodeterminazione, in senso positivo, implica il dovere di informare e quindi di rendere possibili scelte realmente autonome, dal momento che una scelta autonoma prevede: la mancanza di condizionamenti esterni, l'intenzionalità e la comprensione della situazione.
    Questo principio ha la sua matrice filosofica in Mill, nel suo riconoscimento del primato dell'individualità, e in Kant, anche sa magari questo secondo riferimento può apparire un po forzato dal momento che l'autonomia e la libertà di cui parla Kant non coincidono con il libero arbitrio rispetto al proprio progetto di vita, quanto piuttosto con l'assenza di condizionamenti che ci permettono di scegliere il dovere per il dovere.
    Comunque con il ricorso al principio di autonomia Beauchamp e Childress intendono prima di tutto contrastare il ricorso al paternalismo medico.
  • Principio di non maleficenza: questo principio si esprime nel non recare intenzionalmente danno.
    Ma, come tutti gli altri, questo principio non ha validità assoluta, quindi non è necessariamente connesso con la difesa della vita, ma è compatibile anche con giudizi intorno alla qualità della vita, per quanto questa nozione sia problematica ed ambigua.
  • Principio di beneficenza: tale principio si compone delle seguenti regole: prevenire il danno, eliminare il male, promuovere il bene, proporzionare i benefici in rapporto ai costi e ai rischi.
    A differenza delle regole del principio di maleficenza, definite "doveri perfetti", in quanto prevedono una validità universale, cioè la proibizione di arrecare danno è rivolta a tutte le persone, le regole di beneficenza sono "doveri imperfetti" nel senso che non si può sempre agire secondo queste nei confronti di tutti; un'osservanza scrupolosa del principio di beneficenza imporrebbe, sia ai singoli, sia alla società, degli oneri troppo elevati da sostenere.
    Un'altra importante distinzione presentata dai nostri due autori nell'ambito del principio di beneficenza risiede tra la beneficenza "generale" e quella "specifica", intendendo con la prima la naturale tendenza dell'uomo ad agire nell'interesse altrui, con la seconda invece riconoscendo l'esistenza dei doveri specifici legati al proprio ruolo, alla propria professione, il caso del medico nei confronti del paziente, o derivanti da particolari legami genetici o affettivi, ad esempio un genitore nei confronti di un figlio.
  • Principio di giustizia: la trattazione di questo principio risulta sicuramente la più complessa; esso si fonda sull'obbligo di una giusta distribuzione dei benefici, dei rischi e dei costi.
    Ma cosa si intende per giusta distribuzione? Il principio formale di giustizia afferma solamente che tutti gli uguali devono essere trattati in maniera uguale, ma come si definisce l'uguaglianza?
    La risposta dei nostri autori è che esistono diversi criteri materiali di giustizia, ognuno dei quali potrebbe risultare prioritario rispetto all'altro in base alle circostanze. La distribuzione delle risorse e degli oneri potrebbe avvenire dunque secondo: il bisogno, il merito, l'impegno, il contributo, le leggi di mercato, l'uguaglianza della quota per tutti; Beauchamp e Childress non argomentano a favore di una determinata teorie ma rimandano al bilanciamento dei vari principi nella situazione concreta. Per concludere, questo approccio centrato sui principi si pone come fine principale quello di attribuire alla bioetica la soluzione di conflitti morali nella maniera più oggettiva ed imparziale possibile, mantenendo una duplice apertura che la rende compatibile sia con una prospettiva deontologica, sia con una teleologica 1 , ma la sua più grande mancanza risiede forse nell'esclusione del riferimento al soggetto e alla sua coscienza.

1) In filosofia morale è ormai classica la contrapposizione tra teoria deontologiche e teorie teleologiche ( o consequenzialiste). Queste due teorie si differenziano per il diverso oggetto delle loro valutazioni. Per le teorie deontologiche buone e giuste sono prima di tutto le azioni, le quali sono prescritte in maniera categorica, ovvero sono oggetti di doveri, a cui i comportamenti umani devono conformarsi a prescindere dalle conseguenze.
Le teorie consequenzialiste invece valutano le azioni morali basandosi esclusivamente sulle conseguenze, quindi non esistono azioni che siano assolutamente vietate o doverose, ma tutto è permesso, o anche prescritto, per il raggiungimento delle migliori conseguenze.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Settembre 2008 16:09