Bioetiche

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Bioetica e Utilitarismo

L'Utilitarismo è quella teoria etica che prescrive al soggetto morale di compiere l'azione, fra quelle a lui più accessibili, che produce le maggiori conseguenze positive.
Si tratta di un paradigma di filosofia morale di impianto teleologico, perché la valutazione morale dell'azione verte esclusivamente sul risultato.
“Per principio di utilità si intende quel principio che approva o disapprova qualunque azione a seconda della tendenza che essa sembra avere ad aumentare o diminuire la felicità della parte il cui interesse è in questione”. (J. Bentham)
L'utilitarismo nasce nel 1789 anno di pubblicazione della Introduction to the Principles of Moral and Legislation di Jeremy Bentham e si sviluppa ulteriormente con le riflessioni di J.S. Mill.

Oggi l'utilitarismo é una delle teorie più rappresentate nei vari settori dell'etica applicata. La maggior parte degli autori più influenti in ambito bioetico si colloca all'interno di questa prospettiva ( Peter Singer, Helga Kuhse, ecc...)
L'utilitarismo, sin dalla sua prima formulazione, si è rivelata una teoria etica fortemente riformatrice nel determinare il passaggio dalle etiche cosiddette "classiche" a quelle moderne, attraverso lo spostamento del punto di vista morale dalle intime intenzioni dell'agente, alle conseguenze finali dell'azione.
Infatti un tratto che accomuna tutti gli autori di formazione utilitarista, al di là delle tante differenze tra loro, è la provocatorietà con cui questa teoria etica ha da sempre affrontato l'analisi critica degli elementi base delle morali tradizionali, con l'intento di mettere in luce le mancanze e le debolezze delle loro argomentazioni.

In ambito strettamente bioetico questo atteggiamento si traduce in una radicale condanna dell' “etica della sacralità della vita”, ovvero quella morale a sfondo religioso, ma non solo, dal momento che ne esistono anche versioni “secolarizzate, che riconosce alla vita umana un valore assoluto a prescindere dalle sue caratteristiche e qualità.

L'etica tradizionale della sacralità della vita è un'etica deontologica, cioè prevede l'esistenza di un dovere assoluto, il quale ha sempre la precedenza sugli altri eventuali doveri. È completamente opposta all'utilitarismo, dal momento che quest'ultimo, prevedendo come unico obbligo la massimizzazione dell'utilità, è estraneo all'idea che vi sia una qualche altro dovere che ingiunge di rispettare la vita in quanto tale, come valore in sé, indipendentemente dalle conseguenze che ciò ha per gli individui senzienti.

È la nozione di "qualità della vita", secondo il contributo dell'utilitarismo alla bioetica, la nozione realmente decisiva nella formulazione dei giudizi morali circa la vita, la cura e la morte, dal momento che questo principio è assolutamente omogeneo al principio utilitarista che prescrive la massimizzazione della soddisfazione degli interessi: è infatti nell'interesse di ogni individuo vivere la propria vita se questa ha una qualità sufficiente, cioè se può essere vissuta in condizioni accettabili.
La valutazione della qualità della vita non risponde a nessun criterio oggettivo o universalmente stabilito, ma spetta in primo luogo al soggetto medesimo, da ciò si deduce che la vita non ha un valore intrinseco, cioè non va tutelata in quanto puro evento biologico, ma il valore di ogni vita dipende dagli interessi del soggetto; per questo motivo l'uccisione delle persone non può essere un divieto assoluto, ma deve necessariamente dipendere dalla valutazione soggettiva se è nell'interesse o meno del soggetto in questione vivere quella vita.
Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Febbraio 2009 16:40  

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