Bioetiche

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Bioetica liberale: R. Dworkin e l'autodeterminazione

La riflessione di Ronald Dworkin parte da una particolare concezione metafisica della vita, dalla convinzione che tutti, magari anche inconsciamente, condividiamo l'idea che la vita umana sia sacra, che abbia un valore intrinseco, che sia assolutamente inviolabile.

Ma per Dworkin ad essere sacra non è la vita biologica, l'esistere in quanto tale, ma la vita come biografia, come complesso di scelte, desideri, aspettative, investimenti; questa biografia ha due estremi, un inizio, la nascita ed una fine, la morte; ogni individuo ha il diritto di scrivere personalmente tutte le pagine di questa biografia, cioè di progettare in piena autonomia qualsiasi aspetto della propria esistenza, compresa la sua fine.

Dworkin elabora una versione "secolarizzata" dell'etica della sacralità della vita.
Quando Dworkin parla di sacralità spoglia questa nozione della classica interpretazione teologica, la sacralità è per Dworkin un concetto privo di elementi religiosi. È il soggetto, in questa prospettiva liberale, che diventa fonte di definizione di sacralità e dignità della vita; "sacralità" e "dignità" sono concetti che si definiscono soggettivamente, non esiste un modello universale che ci permette di stabilire quando una vita è buona e quando non lo è; la vita umana è sacra non in quanto prodotto della creazione divina, o capolavoro della natura, ma in quanto creazione umana.

Dworkin usa la metafora della vita come opera d'arte per supportare l'idea che ogni vita è una creazione del soggetto che la sta vivendo e per esprimere l'importanza del rispetto dell'autonomia.
Quando il modo di vivere arriva a frustrare le nostre aspettative, i nostri investimenti in maniera inaccettabile, la scelta di interromperla intenzionalmente può risultare l'unica alternativa per tutelare quanto di sacro ogni individuo riconosce nella propria esistenza, come la dignità o la volontà di morire in maniera conforme alla vita che si è vissuta.

Dworkin paragona la vita ad un'opera teatrale, questo significa che il modo in cui si muore è assolutamente rilevante, morire in un modo o in un altro non è indifferente ai fini della vita vissuta, la morte non è un avvenimento senza significato, ma è l'atto finale della rappresentazione della nostra vita, è l'ultima pagina della nostra biografia, per questo motivo, e non per un delirio di onnipotenza, è necessario che rimanga il più possibile nelle mani del soggetto.

L'attenzione di Dworkin è quindi rivolta non alla quantità, l'attenzione alla quantità può essere addirittura dannosa per un progetto di vita buona, ma alla qualità della vita; la dignità, concetto del quale Dworkin riconosce tutta l'ambiguità, non si rivolge alla vita in sé, ma al proprio progetto di vita, il quale va rispettato al fine di garantire il rispetto dell'autonomia e della libertà individuale.

Riferimenti bibliografici:

Dworkin R., Il dominio della vita, Comunità, Milano 1994.