Bioetiche

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Il personalismo kantiano e le sue implicazioni in ambito bioetico

L'etica del rispetto della vita personale ha importanti implicazioni in bioetica; la teoria etica normativa personalistica di cui parleremo ha una derivazione kantiana, si tratta di una teoria deontologica, i cui assunti generali di fondo sono ampiamente condivisi anche da altre prospettive, in particolare da quelle che si oppongono ad una impostazione consequenzialista e/o utilitarista.

Questa teoria si basa sull'applicazione di un principio fondamentale: il rispetto per le persone, espresso dalla seconda formulazione dell'imperativo categorico kantiano: "Agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come scopo e mai come semplice mezzo".

( I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, tr. it. di V. Mathieu, Rusconi, Milano, 1994, pp. 144-145).

Nella Critica della ragion pratica (1788) Kant, a proposito dell'attività pratica della ragione, individua e distingue due criteri interni di razionalità a cui le regole pratiche, che determinano la volontà, devono rispondere: le "massime", le quali hanno la forma di imperativi ipotetici, che sono regole pratiche riferite a fini posti soggettivamente, ed in questi casi la razionalità consiste nella conformità mezzi- fini e le "leggi pratiche", le quali sono regole riferite a fini validi oggettivamente, ed hanno la forma di legge valida per ogni volontà razionale. Le leggi pratiche valgono come leggi di natura, dal momento che hanno la stessa validità universale per tutti gli oggetti cui si riferiscono, ovvero le volontà degli agenti razionali, ma, mentre le leggi naturali sono descrizioni del mondo: ci dicono come esso è, le leggi pratiche sono prescrittive: ci dicono come dovrebbe essere una volontà razionale, dal momento che nell'uomo la ragione non rappresenta l'unico fattore capace di influenzare la volontà.
Le massime diventano leggi pratiche "se e solo se" queste si determinano esclusivamente in base alla forma, la pura forma della legge è il fondamento di una volontà pura e libera; se ci sono leggi pratiche allora queste valgono per volontà razionali che devono essere volontà libere.
Quindi dalla massima soggettiva, che può acquisire forma di legge, deriva la legge fondamentale della ragion pura pratica: "Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale", questo è il fondamento di ogni dovere e quindi dell'intera etica.

Il principio che impone di trattare ogni persona sempre anche come fine e mai come semplice mezzo (la "formula dell'umanità") non è quasi mai rifiutata in maniera radicale da nessuna prospettiva, l'unica eccezione potrebbe essere quella dell'utilitarismo edonistico che non parla di persone ma solo di individui senzienti e che non prescrive di rispettarli ma solo di massimizzare il benessere.
Quasi nessuna teoria morale rifiuta del tutto questo assunto d'origine kantiana, sono molti invece coloro che ritengono che sia troppo vago ed astratto, questo perché l'idea che ogni individuo debba essere rispettato è un principio morale comune, è un principio che potremmo definire autoevidente, il quale ha bisogno però di essere chiarito ed articolato.
Il passaggio dalla prima formulazione della legge morale, quella che prescrive di agire secondo una massima che possa assumere la forma di legge universale, alla seconda, avviene per sottolineare il fatto che la volontà ha bisogno di uno scopo, ma, perché la massima possa valere come legge pratica, questo scopo deve necessariamente essere oggettivo, cioè egualmente valido per ogni volontà razionale. Si tratta quindi di un fine in sé e Kant, escludendo la possibilità che un oggetto materiale o un bene possa costituire questo fine in sé, lo rintraccia nella persona, la quale non può essere mai mezzo per un altro fine; la tesi di Kant è quindi la seguente: "la natura razionale esiste come fine in sé", questa tesi non ha bisogno di giustificazioni ulteriori in quanto autoevidente.

Kant identifica la "persona" con la presenza di una natura razionale o meglio con la presenza individuale di una natura razionale (l'umanità si dà nelle persone, nella propria ed in quella degli altri), la vita personale è una unità composta da cinque dimensioni: corporeità, desiderio, ragione e libertà e frequenti sono i richiami alla sua dignità ed al rispetto dovutole in quanto la natura la designa come fine in sé; è la stessa natura così pone limiti all'arbitrio, cioè rende la "persona” oggetto di rispetto.
L'uomo considerato come "persona" non può essere mai un mezzo per raggiungere i fini degli altri, ma nemmeno i propri, e, in quanto fine in sé, possiede una dignità, cioè un valore intrinseco assoluto; rispettare le persone come fini in sé implica il riconoscimento di ogni persona come un altro sé.

Il verbo "rispettare" acquisisce in Kant una duplice funzionalità: passiva, con cui si intende il "non mancare di rispetto", il divieto di violare la persona nella sua intrinseca dignità e attiva "trattare le persone come fini in sé" il che significa coltivare se stessi e favorire i progetti altrui. I

Il principio del rispetto e dei doveri ha importanti implicazioni in bioetica; ad esempio per quanto riguarda il suicidio assistito e l'eutanasia, questa prospettiva, che rimanda direttamente a Kant, interpreta il suicidio e l'omicidio come atti non permessi in quanto direttamente distruttivi della persona. Il principale argomento kantiano contro il suicidio si costruisce sul fatto che il suicida, scegliendo di morire, sceglie la distruzione di sé come modo per sfuggire alla sofferenza, questo è agire in maniera contraddittoria rispetto all'idea dell'umanità nella persona come fine in sé, è usare se stessi come mezzi, è violare uno dei principali doveri perfetti verso se stessi.
In questa prospettiva la richiesta di essere aiutati ad uccidersi o di essere uccisi significa violare l'unità della persona, cosa che appare chiaramente dagli argomenti liberali a favore del suicidio assistito e dell'eutanasia, i quali tradiscono una forma di dualismo nella persona sostenendo l'idea che il suicidio e la richiesta di essere uccisi siano espressioni della propria autonomia.
La scelta di morire così come l'eutanasia rompono l'unità della persona ovvero il suo essere sia una "volontà corporea" sia una "corporeità cosciente", la libertà, la ragione sono incarnate in un corpo, per questo motivo esistono fino a che il corpo vive; in questa prospettiva risulta inaccettabile una posizione, come quella di Dworkin, che distingue tra "vita biologica" e "vita biografica", tra una autonomia disincarnata e un corpo privo di volontà e razionalità.
Ma, allo stesso tempo, in casi in cui una malattia terminale rischi di travolgere un essere umano nella sua totalità, corpo, razionalità e libertà, non è contraddittoria la scelta di ricorrere, per salvaguardare la propria dignità, a cure e trattamenti che tra i loro effetti prevedono la morte. Il principio del rispetto è per la rimozione di tutte quelle condizioni che inducono all'accanimento terapeutico, dal momento che quest'ultimo è del tutto contrario all'etica del rispetto della persona, in quanto, costringendo ad un prolungamento delle sofferenze un corpo ormai afflitto da una malattia terminale, costituisce una vera e propria forma di violenza.
É quindi importante sottolineare come questa argomentazione deontologica contro il suicidio assistito e l'eutanasia non implichi alcuna forma di vitalismo, cioè non intenda promuovere la vita a tutti i costi, ma il rispetto che pretende di garantire è risvolto sempre alla persona, nel senso kantiano del termine, e non alla vita in quanto puro evento biologico.

Chi invece giustifica l'eutanasia sostenendo la volontà di promuovere il bene altrui per mezzo dell'uccisione, secondo la prospettiva personalistica kantiana, commette un errore nel far prevalere un dovere imperfetto, come quello della beneficenza, il quale comunque già di per sé esclude la possibilità di favorire il bene altrui attraverso azioni non permesse, su un dovere perfetto, oltre a violare il fondamento di entrambe i doveri, ovvero il rispetto della persona come fine in sé.
Accettare di uccidere una persona per promuovere il suo bene e rispettare la sua autonomia significa ignorare la totalità dell'altro come persona, significa rivolgersi ad un solo aspetto della persona, la sua libertà, ignorando totalmente la dimensione della corporeità, ignorando la persona come un intero in ogni sua manifestazione.

Ci sono tante altre pratiche come la donazione di gameti, la ricerca su cellule staminali embrionali, la surrogazione di maternità ecc. la cui conformità al vincolo del rispetto è molto discutibile; sia in riferimento al rispetto verso se stessi, queste pratiche appaiono contrarie al principio del rispetto ogni qual volta rappresentino una strumentalizzazione del proprio corpo, sia in riferimento al rispetto verso gli altri.
Ad esempio, per quanto riguarda la creazione di embrioni a puro scopo di ricerca, questa pratica potrebbe apparire come una forma di strumentalizzazione, previa una riflessione sullo statuto ontologico dell'embrione; alla luce delle attuali conoscenze mediche si può sostenere che tutti quegli organismi che possiedono una determinata struttura genetica, svilupperanno, se non sopravvengono impedimenti, capacità razionali, libertà e particolari modalità di desiderio; cioè l'embrione possiede, nel suo corredo genetico, le basi di quelle caratteristiche che determinano l'appartenenza specifica ad un certo tipo di enti, di conseguenza, essendo gli embrioni potenzialmente delle persone, una loro creazione in laboratorio per scopi di pura ricerca viola la dignità di questi. Quindi qualsiasi forma di creazione di embrioni, che non ne preveda la nascita, appare come una forma di violenza, anche in quei casi in cui la ricerca viene giustificata come pratica volta a migliorare gli strumenti di cura per le altre persone, perché, in questi casi, alcune di esse verrebbero usate come mezzi a beneficio di altre.

Una delle obiezioni che potrebbe essere mossa a questa prospettiva riguarda l'impersonalità delle regole morali derivate dal principio fondamentale kantiano, la critica in maniera più generale riguarda la formalità dell'idea kantiana di ragion pratica, che porta ad una impersonalità delle norme e a tralasciare il ruolo svolto dall'identità personale; nonostante ciò l'individualità non sembra essere totalmente esclusa dall'orizzonte kantiano, le massime sono sottoposte al vaglio dell'universalità, ma sono soggettive, sono suscettibili di essere considerate dal punto di vista di qualsiasi agente razionale.

Riferimenti bibliografici:

I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, tr. it. di V. Mathieu, Rusconi, Milano, 1994;

I. Kant, Critica della ragion pratica, tr. it. di V. Mathieu, Bompiani, Milano, 2000;

Sulle critiche alla formalità del principio della ragion pratica kantiana:
Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, tr. it. di G. Marini, Laterza,Roma-Bari, 2000, pp.114-117.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Settembre 2008 16:13