"In una determinata condizione è indecoroso continuare a vivere più a lungo. Il continuare a vegetare in una vile dipendenza dai medici e dalle loro pratiche, dopo che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe attirare su di sè, da parte della società, un tremendo disprezzo".
Queste sono le parole con cui Nietzsche più di un secolo fa si esprimeva nel Crepuscolo degli idoli, ad oggi manca ancora una legislazione efficace sui diritti civili della persona in materia di vita e di morte, ma il caso di Eluana Englaro apre uno spiraglio di speranza almeno sulla riapertura di un dibattito su una questione delicatissima che necessita una regolamentazione.
Oggi i giudici della corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato l'interruzione del trattamento di alimentazione ed idratazione artificiale che hanno fatto sopravvivere per 15 anni in stato vegetativo permanente la giovane Eluana, vittima nel '92 di un incidente stradale.
Il padre di Eluana aveva portato avanti per anni una battaglia perché venisse riconosciuto alla figlia il diritto di sottrarsi a quella non vita, di vedere rispettata la sua volontà, la sua libertà. (Eluana Englaro: si del giudice "interrompere l'alimentazione")
Mi auguro che il caso di Eluana sia un'occasione per riflettere sulla necessità e l'urgenza di interrogarsi sull'esistenza o meno di un diritto alla morte e sul bisogno di riempire questo vuoto legislativo.
Le tecnologie di cui oggi dispone la medicina permettono di mantenere in vita pazienti ormai vicinissimi alla morte, attaccati a macchine che esplicano la maggior parte delle loro funzioni vitali.
Uno scenario come questo ci terrorizza, ed oggi un crescente numero di persone è d'accordo sull'importanza di poter decidere in anticipo se desidera essere trattato in questo modo attraverso soluzioni quali il "testamento biologico" (documenti che stipulano quali trattamenti medici non devono essere effettuati in particolari casi) e le "procure sanitarie" (documenti con cui si affida a terze persone la facoltà di prendere decisioni di vita e di morte per conto del firmatario in caso questo non ne fosse più capace).
Il caso di Eluana potrebbe essere letto come un piccolo passo avanti in questo senso, una piccola vittoria in nome del rispetto della libertà e dell'autonomia della persona in un'Italia papalina e corrotta.
La condanna, da parte della Chiesa e dei vescovi, della sentenza di Eluana è arrivata puntuale ed inflessibile: "la vita va rispettata dall'inizio alla fine". (L'Osservatore: "Inaccettabile la sentenza di Eluana")
Personalmente credo che rispettare la vita significhi volerla concludere in maniera coerente e rispettosa degli ideali e dei valori in nome dei quali quella stessa vita è stata vissuta, nessuno vorrebbe terminare la propria vita in maniera inappropriata! La morte appartiene alla vita, è l'ultimo atto di un dramma , è l'ultima pagina di un libro, di cui ogni singola persona è l'attore principale, è il protagonista e come tale deve poter decidere della propria sorte dall'inizio alla fine.
Morire in un modo piuttosto che in un altro non è indifferente rispetto alla vita che abbiamo scelto di vivere, è sbagliatissimo pensare che nessun danno venga inflitto ad una persona che viene mantenuta in vita nonostante la sua volontà contraria; lasciar morire o lasciare in vita una persona in un modo che altri approvano, ma che questa personalmente ritiene in contraddizione con la propria vita e con i propri valori, è una orribile forma di tirannia.





